Giovanni Termini - Assoro (Enna) 1972, vive e lavora a Pesaro. La sua ricerca si concentra su una ridefinizione della scultura, intesa non come organizzazione di volumi statici, ma come combinazione di forme in espansione. I media da lui utilizzati, consistono in oggetti quotidiani provenienti dai contesti più diversi e realizzati con materiali differenti: legno, acciaio, vetro, tubi da ponteggio che dialogano fra loro per affermare il primato della materia e della forma. Egli indaga precedentemente lo spazio in cui le sue opere verranno create, lo assorbe e lo vive prima di attuare l’installazione. La sua idea di spazio – lo spazio in cui l’artista lavora e in cui l’opera nasce e vive – non coincide con una dimensione astratta e predefinita, il suo non è uno spazio cartesiano, bensì uno spazio valutato dalla prospettiva stessa dell’artista come grado zero. Lo spazio diventa infatti un “cantiere” – parola chiave nella pratica di Termini, sinonimo di un ambiente in continuo progresso, avanzamento e trasformazione – che nasce come strumento di introspezione e diventa infine la forma espressiva distintiva dell’artista. La forma del non detto: Saturnia, Grata, Starter La prima “forma” geometrica utilizzata, articolata e componibile, ha permesso a Termini unassemblaggio in un modulo simile a un tavolo con un grande vuoto centrale su cui ha collocato una cena per dodici persone con ventiquattro piatti fondi, posti a coppie uno sull’altro, come se dovessero conservare il tepore di un qualche cibo in essi contenuto. La seconda “forma” è composta dal cavalletto e dalle griglie, sovrapposti e incastrati in un amplesso sadico e in un dialogo contemplativo dove ferro e legno convivono simbioticamente. La terza “forma” sono i neon e le plafoniere che, come pesci guizzanti dalle scaglie argentate, lucenti e riflettenti, spiaggiati da un’onda troppo lunga, sono messi lì ad agonizzare nello spazio vuoto della sala. Le tre “forme” e i loro titoli sono ambigui calambour umoristici con cui l’artista devia lanostra attenzione ingannandoci e sottraendo con l’evidenza il significato alle cose. Tre attori, come sono tre le opere esposte (ancora un numero cabalistico, biblico, ecc),in cui la “resurrezione” dei materiali avviene nell’accezione metaforica di una rinascitaetica e morale, dove anche la nota irriverente dei titoli ambigui e fuorvianti concorre allastraordinaria realizzazione plastica e tangibile del pensiero
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